RIFLESSIONI SU GAZA, PAROLE DA NON PERDERE.
La guerra di conquista territoriale che Israele sta conducendo a Gaza – pianificata da sempre, questo è un punto molto importante – e che l’integralismo di Hamas e le mire egemoniche dell’Iran hanno servito in un piatto d’argento, falcia ogni giorno vittime civili e costringe all’esodo e alla fame migliaia di famiglie palestinesi.
Il casus belli è stata la strage terroristica che gli israeliani hanno subito o, come qualcuno sostiene, non hanno evitato.
La frustrazione e l’orrore di fronte alle stragi quotidiane nella Striscia di Gaza spingono a gridare al genocidio. È una reazione istintiva, forse inevitabile, di fronte a una violenza che pare non avere più limiti e a una distruzione così inumana da sembrare indicibile. Quando le parole sembrano incapaci di descrivere la realtà, ci si aggrappa a quelle più estreme, le più cariche di suggestione, come “genocidio”. Ma è proprio in questi momenti, credo, che bisogna fermarsi e interrogarsi su ciò che diciamo e sul perché lo diciamo.
Non metto in discussione la gravità di quanto sta accadendo: civili massacrati, intere famiglie cancellate, ospedali e scuole colpiti, bambini che muoiono sotto le macerie o per fame, in un assedio spietato e prolungato. Quello a cui assistiamo è una tragedia immane, una vergogna per l’umanità. Tuttavia, a mio avviso, il termine “genocidio” non si può considerare come l’ultimo scalino di una scala dell’orrore, ma appartiene ad un’altra sfera di significato. Non si distingue solo per la quantità di morti o per l’efferatezza dei comportamenti ma primariamente per il movente e poi per la metodicità, la deliberata volontà di annientare un intero popolo, una cultura, una memoria. È un crimine che presuppone un progetto ideologico, un intento dichiarato e perseguito con ferocia calcolata.
Per questo, se vogliamo essere onesti con le parole – e con la storia che esse custodiscono – dobbiamo usarle con rigore. Non per minimizzare ciò che accade oggi ma per non banalizzare ciò che è accaduto ieri. Perché ogni volta che usiamo la parola “genocidio” in modo improprio, rischiamo di scolorire la memoria di chi ha subito davvero l’annientamento sistematico. E, paradossalmente, rischiamo anche di depotenziare l’accusa morale e politica nei confronti di chi oggi si rende responsabile di crimini atroci, limitando una sua vera responsabilità solo nel caso in cui stia effettivamente perpetrando un genocidio. Quello che sta commettendo oggi Israele ha una valenza oscena, terribile ed inumana in ogni caso, sia che si tratti di genocidio sia che non si tratti di genocidio.
Non credo che Gaza sia la nuova Auschwitz. Non perché le sofferenze di oggi siano meno degne di indignazione, ma perché Auschwitz rappresenta l’abisso assoluto della malvagità umana, un progetto razionale e industrializzato di sterminio. Ciò che avviene oggi nella Striscia di Gaza è più simile a quanto già accade, da decenni, in tante altre guerre dimenticate. Guerre in cui bambini vengono massacrati nel silenzio generale, senza che nessuno invochi “genocidi”, senza che si scatenino campagne globali.
Secondo un rapporto dell’UNICEF, tra il 2005 e il 2020, le Nazioni Unite hanno verificato oltre 266.000 gravi violazioni contro i bambini commesse da parti in conflitto in oltre 30 situazioni di conflitto in Africa, Asia, Medio Oriente e America Latina
Il rapporto dell’UNICEF rileva che tra il 2005 e il 2020 sono stati verificati oltre 104.100 casi di bambini uccisi o mutilati in situazioni di conflitto armato, oltre 93.000 bambini sono stati reclutati e utilizzati da parti in conflitto; almeno 25.700 bambini sono stati rapiti da parti in conflitto; le parti in conflitto hanno stuprato, costretto al matrimonio, sfruttato sessualmente e perpetrato altre gravi forme di violenza sessuale su almeno 14.200 bambini. Le Nazioni Unite hanno verificato oltre 13.900 episodi di attacchi contro scuole e ospedali e non meno di 14.900 episodi di diniego di accesso umanitario richiesto per i bambini.
Secondo le Nazioni Unite, in Darfur, nel Sudan occidentale, una guerra dimenticata ha provocato oltre 400.000 vittime civili a causa di malattie e carestie, 300.000 vittime a causa di “violenza e malattia” e 2.000.000 di sfollati.
Amnesty International, sul proprio sito web, riporta i massacri che si verificano nella cosiddetta ‘Middle Belt’ della Nigeria centrale. Il numero delle vittime dei gruppi jihadisti ha superato le 10.000 unità in due anni.
Eppure, queste cifre non hanno generato indignazione collettiva né proteste di massa. Perché?
Forse perché non c’erano immagini virali, né un conflitto in grado di polarizzare l’opinione pubblica. O forse perché la morte, in certe latitudini, pesa meno.
So bene che queste parole non saranno popolari. Ma credo sia necessario, oggi più che mai, mantenere i nervi saldi e la mente lucida. Non per essere equidistanti — non lo sono affatto — ma per rimanere umani. Perché la rabbia non ci accechi. Perché il dolore non ci spinga a piegare le parole fino a svuotarle. Le parole che raccontano l’orrore — “strage”, “pulizia etnica”, “crimini di guerra”, “genocidio” — devono essere rispettate. Non per sminuire gerarchie del dolore ma per non perdere la capacità di nominarle con verità.
Benjamin Netanyahu, l’esercito israeliano, i coloni e la destra estrema avranno sulla coscienza la responsabilità storica di aver modificato il ricordo dei campi di sterminio, di aver rinfocolato l’antisemitismo e di aver infangato la memoria del proprio stesso popolo per sete di dominio e avidità. Di questo dovranno rispondere a tutti gli ebrei. Al mondo intero, invece, dovranno rispondere del raccapricciante scempio di una popolazione esausta e martoriata.
Se invece, più prosaicamente, il termine “genocidio” viene utilizzato nel tentativo di evocare l’applicazione della risoluzione 260 (III) A del 9 dicembre 1948 delle Nazioni Unite, deformando il significato del termine, si conferma, per l’ennesima volta, l’impotenza dell’ONU di fronte ad un conflitto e la necessità di un superamento dell’attuale struttura.
Con queste righe ho cercato di mettere ordine in una riflessione ancora confusa, dettata dalla sofferenza e dalla ragione, perché ho imparato che l’emozione e la ragione non sono entità separate o contrapposte ma coesistono e permettono di raccontare meglio la realtà.
Credo che esista, e vada cercata con fatica, una posizione di mezzo, una sintesi: quella che ci consente di condannare con forza i crimini di oggi, senza per questo compromettere il significato delle parole che raccontano l’orrore assoluto della storia.
Solo così potremo continuare oggi a raccontare con verità gli orrori del passato e domani a riconoscere quando e dove si compie davvero un genocidio.
E proprio da questa posizione di mezzo che dobbiamo mobilitarci tutti, destra e sinistra, per dire basta, con fermezza e senza tentennamenti, a questo tributo di sangue.
Le inaudite atrocità del 5 ottobre sono state ampiamente ripagate. Il mostro della vendetta, tanto caro agli ebrei, è stato dissetato con il sangue degli innocenti. Israele faccia un passo indietro.
Dall’altro lato Hamas accetti la sconfitta militare e smetta di trascinare il popolo palestinese attraverso un martirio infinito e inutile. È come se il Giappone, dopo Hiroshima e Nagasaki, si fosse ostinato a continuare la guerra condannando i giapponesi a continui bombardamenti nucleari.
Anche Hamas faccia un atto di responsabilità, se effettivamente agisce nell’interesse del suo popolo.
Ora basta.
Questo conflitto è andato oltre le cause iniziali e oggi segue cinicamente scopi diversi: Hamas tiene in ostaggio i palestinesi per non ammettere la propria sconfitta, Israele approfitta di questo per conquistare nuovi territori e i palestinesi continuano a morire.
Chiamiamo le cose con il loro nome e diciamo con determinazione: ora basta a questa guerra e basta a tutte le guerre, anche a quelle degli ultimi del mondo.
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Nella foto l’autobiografia di Valentino Achak Deng, un giovanissimo profugo sudanese. Racconto sconvolgente.
