Neppure un nome

Sono nato in una cella, circondato da donne che, come mia madre, avevano osato viaggiare attraverso la malvagità degli uomini. Un viaggio che si snoda seguendo la pista di antiche carovane e attraversa paesi dai nomi esotici come Agadez, Dirkou, Madama o Toummo per arrivare alle quattro oasi di Sebha, nel sud est della Libia, dove l’inferno ha un nome: “il ghetto di Alì”, una vera fortezza nel deserto.
Mia madre si chiama Marahaba, ha sedici anni, il corpo magro e flessuoso delle donne della Costa D’Avorio e un sorriso infilato negli occhi di una bambina.
Mio padre comanda le guardie armate della prigione, ha cento donne e la brutalità degli uomini spietati. Sono stato concepito con la violenza di chi è abituato ad abusare del corpo delle donne.
Mia madre non ha voluto darmi un nome. Ho continuato ad essere una parte di lei negando a mio padre l’esistenza oggettiva di un figlio.
Dopo tre mesi dalla mia nascita, mio padre ne ebbe abbastanza di mia madre e ci fece fuggire da quel deserto incandescente e da quel girone di dolore straziante caricandoci sul cassone di un camion. Fu una sua concessione alla bellezza di una bambina di sedici anni, esile e incerta, del cui giovane corpo aveva abusato per oltre un anno. Volle evitare che l’anima di lei imputridisse in quella fetida discarica di dolore. Non volle vedere appassire quel fiore profumato che lui aveva falciato per le sue voglie.
Fu un viaggio terribile, ammassati sul retro di un camion, attraverso mille chilometri di pista sabbiosa, di calore e di sete per arrivare a Zuwara, sulla costa del Mediterraneo, dove venimmo reclusi in un capannone in attesa di una bagnarola per l’Europa.
Fu qui che mia madre incontrò Chinedu, un nigeriano allampanato di vent’anni che rimase invischiato nella sua bellezza filiforme come un’ape in un vasetto di miele.
Il primo dono del ragazzo fu il giubbotto di salvataggio a cui Chinedu rinunciò adattandolo al mio corpicino. Lo offrì a mia madre con la trepidazione dell’innamorato che teme di essere respinto ma che sa di non avere molto tempo. Un regalo prezioso per chi attende “il viaggio”. Una rinuncia che può costare la vita.
Si sfiorarono per la prima volta quando lui le offrì un giocattolo per me, una piccola farfalla di metallo schiacciato, ricavato da una lattina di Coca Cola raccolta dal pavimento lurido di quel capannone, la nostra casa e la nostra prigione per quasi un mese.
A sedici anni mia madre aveva già serrato il suo cuore ma dopo qualche giorno anche lei cominciò a lasciarsi fuggire qualche faticoso sorriso, rivolto a quel ragazzo che timidamente cercava un approdo di normalità in un mondo avido e impazzito.
I loro sguardi cominciarono ad intrecciarsi sempre più spesso fino a quando il sentimento si rapprese in qualche cosa di cui tutti e due ebbero timore. Lui le cedeva parte delle proprie scarse razioni di acqua e di cibo e lei lo ricambiava con le attenzioni tipiche di un’amica che non sa decidere se andare oltre. Lui la adorava. Adorava il suo esile corpo piegato di lato dal mio peso, i suoi seni gonfi per la maternità che tendevano il tessuto sottile del vestito, i suoi occhi vivaci che lo cercavano fingendo di ignorarlo, la sua pelle lucida che rifletteva le luci al neon della prigione, la sua bocca piena di promesse.
Non fecero mai trapelare la tenerezza di quei contatti che avrebbero potuto trasformarsi in un’occasione di ricatto per i loro aguzzini. Ci riuscirono fino a quando a mia madre fu imposto il prezzo per partire. Fino a quando la sua bellezza tornò ad essere la sua condanna.
Avvenne una sera, quando le fui strappato di mano per trascinarla fuori dal capannone fino all’area in cui le guardie avevano acceso il fuoco e trascorrevano la notte. Chinedu reagì con violenta disperazione tentando di sottrarre mia madre dalle mani degli aguzzini ma il suo tentativo durò il tempo di un bagliore. Un colpo preciso di pistola gli aprì una rosa di sangue sulla tempia, uccidendolo sul colpo. Fu il primo fiore che qualcuno offrì a Marahaba.
Il suo corpo era ancora lì a terra freddo, scomposto e in una pozza di sangue quando mia madre tornò lacera e singhiozzante e mi raccolse tra le braccia, squassata da un un pianto disperato e silenzioso.
Partimmo la notte successiva, in un gommone azzurro quasi sgonfio, in cinquanta ammassati l’uno sull’altro. Mia madre, una bambina con i vestiti zuppi d’acqua, mi stringeva tra le braccia per ripararmi dal vento gelido mentre il gommone procedeva verso il nero della notte rantolando sulle dune ondeggianti di quel deserto d’acqua.
La luce azzurra e rosata dell’alba sciolse il nero e tinse le onde di nuove sfumature rivelando una petroliera poco distante. Lo scafista fece immediatamente rotta verso l’imbarcazione ma appena fummo a portata di voce le persone sul galleggiante sinistro si alzarono tutte contemporaneamente facendo imbarcare acqua al gommone stracarico che si piegò su un lato. Uno scafista cominciò ad urlare ordini dal timone mentre l’altro iniziò a picchiare con un lungo tubo di ferro per convincere i più riottosi a restare seduti ma il panico riempì l’imbarcazione più velocemente dell’acqua. Lo scafista con il tubo sembrava impazzito e menava colpi furiosamente. Nella calca Marahaba tentò in tutti i modi di restare seduta sul bordo ma dovette usare tutte e due le braccia per proteggermi dal terrore che serpeggiava tra la folla di disperati.
Improvviso e senza scampo un colpo preciso del tubo la centrò in piena fronte, lacerando la pelle e sfondandole il cranio che, mentre si fratturava, emise l’ultimo sinistro suono udito da mia madre nella sua breve vita.
Si rovesciò all’indietro come una bambola, scivolando sul bordo con il volto insanguinato e finì per galleggiare all’interno del gommone che si era trasformato in una piccola piscina.
Decine di braccia e di gambe annaspavano tutto intorno alla disperata ricerca di qualche cosa a cui aggrapparsi. Il gommone, sempre più sgonfio, cominciò ad affondare trascinato dal peso dei corpi.
Un uomo, che stava tentando di salvarsi con il figlio, mi tirò a se per un braccio proprio mentre le onde mi stavano trascinando lontano. Con un movimento furtivo ma veloce mi sfilò il giubbotto salvagente per darlo a suo figlio e mi lasciò delicatamente, come un bambino potrebbe lasciare una barchetta di carta, in balia del mare.
Avevo solo quattro mesi quando il mare mi avvolse e mi rubò il respiro trasformandomi in cibo per i pesci.
I raggi di luce accecante attraversano le onde di cristallo azzurro e si spengono lentamente nelle profondità del Mediterraneo. Sono di una bellezza da togliere il respiro anche se io non ho più il respiro. Non ho neppure un nome da legare ad una storia che non esiste, come mille altre storie uguali inghiottite da questo mare antico.

7 commenti su “Neppure un nome

  1. Nell’antico Egitto il “Ren” (il nome) era uno degli elementi costitutivi dell’anima di un individuo. Le persone, sostenevano gli egizi, esistono (ed esisteranno), come entità, in quanto portano un nome che possa significarli. Qualcosa di magico. Perderlo era una condanna peggiore della morte stessa. Esistenze mai esistite. Narrazione stupenda, la tua. Anime violentate, offese e condannate ad eterna dimenticanza. Un orrore stridulo, che avvolge. E ci condanna.

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