Mi riconosceranno dal piede?

Il cielo è troppo azzurro per Milano. Troppo azzurro per i tuoi occhi, che scansano le guglie del Duomo come ali stufe di piegarsi; troppo azzurro per i miei pensieri: vorrei che fosse tetro, lampeggiante come me in questi momenti… invece guarda che giornata di sole incappuccia Piazza Duomo in questo 4 novembre.
Siamo arrivati all’alba. Tu con il bavero del cappotto alzato per coprirti dal freddo che il mattino eredita dalla notte, io stringendo la borsetta al corpo. Davanti a un palco ancora spoglio gli operai del comune stanno sistemando le transenne; a volte le distanze sembrano ridursi, ma io so bene che in fin dei conti è solo un’illusione ottica.
«Forse siamo arrivati un po’ troppo presto. Ti va un caffè?»
Accetto, anche se preferirei un Campari, rosso come il sangue che mi scorre in testa.
Ti guardi intorno, poi decidi per la Galleria dalla pavimentazione liscia; giri la carrozzina in quella direzione e punti un bar.
Nonostante l’ora e la giornata festiva, sono già molti i tavolini occupati nel dehor, ma a noi non ci ferma nessuno e troviamo un tavolo libero.
«Un caffè e un Campari», dici alla ragazza che ci raggiunge. «Anzi no, due Campari, grazie.»
Sono meno stupita della ragazza per questa scelta, e ti guardo sorridendoti anche con gli occhi.
«Forse e meglio», dici prendendomi la mano.
I Campari arrivano insieme al conto. Prendi i cinquanta euro che hai nella tasca dei pantaloni, perché tu non usi il portafoglio, come i bambini.
«Il resto mancia», dici porgendoli alla ragazza del bar.
«Vi porto qualcosa da stuzzicare», sente di doverlo dire, di doverlo proprio fare.
«Grazie», faccio io. «Olive, se possibile.»
«Certo, arrivano subito.»
«Hai tutta questa fame?» mi chiedi quando la ragazza si è allontanata.
«No, anzi, ma mi è sembrato che volesse tanto meritarsi quella mancia.»
«A te non sfugge niente.»
«Mai.»
«Cin», dici toccando i bicchieri, e poi mi porgi il mio tenendo ferma la cannuccia per farmi bere. Solo dopo fai un sorso anche tu.
La ragazza torna con le olive, verdi, giganti e con ancora il nocciolo.
Diciamo un grazie stereofonico, poi torni a porgermi il bicchiere.
«Ne vuoi una?» domandi tu.
«Per ora no, ma mangiale e dimmi se sono buone come sembrano.»
Prendi quella che è già trafitta dallo stuzzicadenti, la assapori prima di addentarla, la ripulisci di tutta la polpa eppoi sputi il nocciolo a terra.
«Quelle di Ciausescu mi piacciono di più», sentenzi prendendo dal pacchetto due sigarette che accendi in simultanea.
«Grazie», faccio dopo la prima boccata.
Il nostro amico barista Ciausescu è il solo che sa di noi qui; certo, non sa con esattezza che siamo seduti a un tavolino di Motta e che guardiamo la piazza ancora vuota come se potessimo riempirla con la nostra determinazione, ma sono strasicura che in questo momento sta pensando a noi mentre magari prepara un cappuccio. Sa cosa vogliamo fare e ci appoggia, altrimenti non mi avrebbe dato questa borsetta dopo tutti i nostri discorsi.

“Prima o poi qualcuno farà qualcosa, non si può andare avanti così.”
“Perché stiamo sempre ad aspettare qualcuno o qualcosa?”
“Già, perché?”
“Perché in fondo non stiamo male.”
“Solo perché ti trovi qui e non in un’altra parte del mondo. E diciamocelo: non ci stai nemmeno così bene; al tuo Paese non ti chiamerebbero Ciausescu, ma col tuo nome, Ivan.”
“Il mio Paese non aveva niente da offrirmi, nemmeno un soprannome.”
“Il mio Paese è il mondo intero.”
“Già, anche il mio.”
“Bel mondo di merda però.”
“Se tu potessi cambiare una cosa di questo mondo cosa cambieresti?”
“Una sola?”
“Sì, una sola.”
“È difficile. Ci sono tante cose che non vanno. Tu cosa cambieresti?”
“Io non ho risposte, ho solo questa domanda.”
“Io farei scomparire tutte le guerre.”
“Dovresti far scomparire anche l’odio.”
“E la violenza.”
“E anche il denaro.”
“Così nessuno potrà vendersi.”
“E nessuno potrà arricchirsi.”
“Nessuno potrà sfruttarci.”
“Non esiste soltanto un motivo che rende così questo mondo, ne esistono tanti, troppi, e non so se cambiare una cosa sola potrebbe cambiare il mondo intero.”
“Sarebbe tutto da rifare, tutto da costruire da zero.”
“Puoi partire da zero soltanto quando non hai più nulla.”
“Nemmeno il mondo?”
“Nemmeno il mondo.”

Il sole è uscito dai tetti dei palazzi e inizia a scaldare la piazza. Tutte le transenne sono state disposte a segnare la distanza tra la gente (che pian piano sta accorrendo) e le autorità che devono ancora arrivare. Così va il mondo, segnato e scandito sempre più dalle distanze, che possono sembrare colmabili con un po’ di volontà, ma anche se così fosse, penso che sia proprio questa la grande assente in questo inizio millennio, e io e Filippo vogliamo metterci la nostra a fare la differenza.
Ci lasciamo Motta alle spalle e la liscia pavimentazione della Galleria mentre la carrozzina inizia a sobbalzare a ogni giuntura del lastricato di Piazza Duomo.
Passiamo da uno degli ingressi presidiati dalle forze dell’ordine e gli agenti ci sorridono, prima a me con un sorriso che sembra intriso di pietà, poi a te, ed è un sorriso che ammicca ammirazione: però oggi va bene così, non me la prendo come farei di solito.
«Mi dai un bacio», dico quando ci fermiamo.
Un bacio lungo, sotto i raggi del sole che sembrano sbeffeggiarci, perché dentro abbiamo una tempesta di lampi, fulmini ed esplosioni benedette da chi a breve salirà sul palco.

“Come si può dire che le forze armate sono per la pace!”
“Potrebbero dire altrimenti? Tipo viva la guerra? No che non possono: devono trovare ragione d’essere ed esistere tra le contraddizioni di questa società, e gli riesce bene non tanto per merito loro quanto per difetto nostro, per mancanza di coraggio.”
“Sai che io non ho mai compreso come una donna possa aspirare a fare il soldato?”
“Io non ho mai compreso come una donna possa accoppiarsi con un soldato.”
“Il fascino della divisa: in entrambi i casi il sintomo di una carenza, perché la divisa è la compensazione dell’assenza.”
“Assenza di cervello.”
“Di un cervello in pace con se stesso e con il mondo.”

Ci contavo sui sorrisi delle forze dell’ordine; non è consolante pensarlo, ma una delle cose positive di avere una disabilità è che al disabile si guarda con benevolenza, anche quando sulla sedia a rotelle potrebbe celarsi un assassino; l’altra è che hai sempre i posti in prima fila, basta una prenotazione, tant’è che siamo sistemati proprio a ridosso di una transenna antistante il palco.
«Mi stava quasi scappando da ridere», mi confessi quando le nostre labbra si staccano.
Io ti guardo stranita.
«Ma no, non per il bacio, mi hai frainteso; mi stava quasi scappando da ridere davanti ai sorrisi dei pulotti.»
«A me no», dico con la serietà di chi è stata aiutata per tutta la vita, a vestirsi, a lavarsi, a pettinarsi senza mai sentirsi regina.
La banda musicale inizia a suonare. Boom boom fa la grancassa, e i colombi s’involano tra le guglie della cattedrale.

“Che umanità è, quella che usa le ali per gettare bombe?”
“Un’umanità che ha smarrito la strada?”
“Non l’ha smarrita, volontariamente l’ha abbandonata.”
“Allora è un’umanità abbandonata”.
“Come cani sull’autostrada.”
“E come cani abbaieremo.”
“BAU!”

Mi prendi la mano mentre io stringo al braccio la borsetta. Hai quella libera nella tasca del cappotto. Il solo, oltre noi, a sapere cosa sta accarezzando la tua mano è Ciausescu, che di sicuro avrà sintonizzato il televisore del bar sulla diretta TV di qualche canale locale.

“Dicono «Obbedivo agli ordini» e si lavano la coscienza”.
“Se ne hanno una, provano a uscirne puliti.”
“Ma non lo sono.”
“Hanno le mani insanguinate. Tutti.”
“Glielo ricorderemo.”

Finalmente arrivano le autorità: Sindaco, Giunta, generali, colonnelli, e per ultimo il ministro dell’Interno con i suoi sottosegretari. Sono così sorridenti ed entusiasti che quasi scalpitano per marciare anche loro, o correre come stanno facendo i bersaglieri.
«Chissà se anche a me succederà come a Bruno Filippi?»
«Ovvero?» chiedi tu.
«Se mi riconosceranno dal piede», preciso io, alludendo alla deformità del mio piede sinistro e al fatto storico di cent’anni addietro, quando l’anarchico Bruno Filippi venne fatto a pezzi dalla bomba che recava con sé per farla esplodere al Biffi, e fu identificato proprio grazie al piede, unica cosa di lui rimasta.
«Lo sai che amo i tuoi piedi.»
Si guardano a lungo gli occhi che brillano d’amore e passione.
«E io amo te.»
«Ti amo anch’io», dici chinandoti per baciarmi ancora.
Abbiamo entrambi ancora gli occhi chiusi quando la mano che hai nella tasca del cappotto viene afferrata con decisione e tirata fuori. In tasca resta l’innesco che avrebbe fatto esplodere il C4 che ho in borsetta. Apro le palpebre e alzo gli occhi su di lui, ne riconosco il piglio da agente della Digos ma vado oltre, al cielo fin troppo azzurro dove le colombe s’involano tra le guglie della cattedrale.

2 commenti su “Mi riconosceranno dal piede?

  1. Straordinario il passaggio repentino dalle “grandi assenti” alle globali invadenze del terzo millennio. In quello spazio collochi: da un lato, la dissoluzione dei valori, la tacita ed esplicita accettazione dei compromessi, le ritrattazioni, i tradimenti, la mancanza di coraggio, di principi e di aspirazioni; dall’altro, l’ordine costituito, la vile resa, l’obbedienza incondizionata. Non ci sono tracce di odio, di vendetta, di rivalsa. Al contrario, si giunge senza alcuna forzatura alla consapevolezza che non sempre i sacrifici sono atti d’amore, ma taluni sono atti di salvezza.

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