Il video con cui Roberto Vannacci si trasforma in imperatore romano e condanna a morte, pollice verso, Giuseppe Conte ed Elly Schlein insieme a Prodi e Boldrini, legati al centro dell’arena, ha prodotto un effetto coerente con la logica della comunicazione provocatoria: due giorni di titoli, dichiarazioni indignate e un dibattito concentrato soprattutto sul se fosse accettabile e molto meno sul perché sia stato fatto e a chi convenga.
Va detto con chiarezza: liquidare il video come mera goliardia da social o come satira politica è una lettura incompleta. Non si tratta soltanto di un fotomontaggio grottesco. Il registro richiama non quello dell’avversario da battere alle urne, ma quello del nemico da eliminare. Il gesto della condanna a morte, l’esecuzione nell’arena e la falce e il martello impugnati dal boia, il cui volto, non a caso, è quello di un uomo già coinvolto in un’aggressione reale, spostano il contenuto dal terreno della satira politica a quello di un immaginario di annientamento simbolico dell’avversario. È un dato che merita di essere segnalato, non minimizzato.
La scelta di inserire proprio il volto di una persona già coinvolta in un pestaggio reale nel ruolo del boia che esegue la condanna rende difficile liquidare il video come pura iperbole satirica. Collega infatti l’immaginario della violenza fittizia a un episodio di violenza realmente accaduta e rivendicata da chi lo ha compiuto.
Valutare criticamente il contenuto del video e chiedersi se la risposta politica sia stata efficace sono però due questioni diverse. Confonderle porta facilmente a sostituire l’analisi con la semplice contrapposizione morale.
Detto questo, resta legittimo chiedersi se la reazione dell’opposizione sia stata la più efficace possibile. E qui le cose si complicano.
Gran parte della strategia comunicativa di Vannacci non costruisce consenso convincendo gli indecisi con argomenti concreti. Lo costruisce soprattutto presentandosi come l’unico che “dice quello che gli altri pensano” contro un establishment perennemente scandalizzato.
Questa strategia, pur frutto di precise scelte spesso criticabili, non nasce nel vuoto. Si inserisce in un ecosistema mediatico in cui l’attenzione è diventata la risorsa più scarsa e più preziosa. Nelle piattaforme digitali non prevale necessariamente il contenuto più convincente, ma quello che interrompe la normale sequenza delle informazioni e costringe tutti a prendere posizione. La provocazione estrema possiede proprio questa caratteristica: rende difficile l’indifferenza. Chi la approva la rilancia come gesto di coraggio; chi la condanna contribuisce comunque ad ampliarne la circolazione. In questo senso, il vero capitale politico prodotto da iniziative di questo tipo non è soltanto il consenso, ma soprattutto la centralità nel dibattito pubblico.
In questa logica, ogni reazione indignata, per quanto fondata, diventa materiale utile alla sua narrazione più che un costo. Rispondere con ironia alle accuse (“si prendano un antistaminico”), pur rappresentando una deliberata manipolazione della cornice, gli permette di ribaltare il piano: non è più lui ad aver superato un limite, sono gli altri a non saper reggere l’iperbole satirica.
La scelta di rappresentare Meloni come spettatrice, mentre Vannacci assume il ruolo dell’imperatore che decide la sorte degli avversari, introduce anche una gerarchia simbolica dei ruoli. Pur senza poter dedurre intenzioni precise dagli autori del video, questa costruzione visiva può contribuire a rafforzare l’immagine di Vannacci come figura più assertiva e protagonista della scena politica. Un elemento non secondario in vista di eventuali trattative elettorali.
Le sue scelte comunicative potrebbero però comportare anche dei costi: il rischio di sanzioni istituzionali, il deterioramento dell’immagine presso l’elettorato moderato di centrodestra e possibili tensioni nella coalizione. Rappresentare Meloni come spettatrice passiva non è neutro neppure per lui: può diventare un fattore di attrito interno, non solo un vantaggio.
La reazione indignata della sinistra produce un effetto reale ma circoscritto: compatta l’elettorato già convinto, occupa per qualche ora l’agenda mediatica e permette di presentarsi come argine alla deriva autoritaria. È un vantaggio di mobilitazione interna, non di persuasione.
Il problema è che l’elettorato che la sinistra dovrebbe intercettare è quello moderato, indeciso e stanco della polarizzazione, che tende a leggere l’indignazione ricorrente come un copione già visto, prevedibile quanto il contenuto che l’ha innescata. Quando la reazione appare sproporzionata rispetto a un video che molti percepiranno comunque come satira politica di cattivo gusto, l’effetto può rivoltarsi contro chi protesta: rafforza l’idea che esista un “partito degli scandalizzati”, sempre pronto a occuparsi del provocatore di turno invece che dei problemi concreti degli elettori.
Si potrebbe obiettare che una reazione contenuta finisca per normalizzare proprio quel linguaggio che si intende criticare. Se immagini di questo tipo venissero accolte con poche righe di commento o con un semplice comunicato, il rischio sarebbe quello di abbassare ulteriormente la soglia di accettabilità, fino a rendere la rappresentazione simbolica dell’eliminazione dell’avversario parte del lessico ordinario della competizione politica. Da questo punto di vista, una risposta energica non servirebbe tanto a convincere l’autore della provocazione quanto a fissare pubblicamente un limite condiviso.
È un’obiezione seria, ma non elimina il problema opposto. In un ecosistema mediatico governato dall’attenzione, anche una denuncia pienamente giustificata può produrre un effetto collaterale: trasformare l’episodio che si intende stigmatizzare nel centro dell’intero dibattito pubblico. La difficoltà, quindi, non consiste nello scegliere tra denunciare e tacere, bensì nel trovare una forma di risposta capace di segnalare il limite senza alimentare il meccanismo comunicativo che lo ha reso efficace.
Va inoltre riconosciuto che, per un partito d’opposizione, non reagire comporta un costo politico. Una parte del proprio elettorato si aspetta una presa di posizione netta e leggerebbe il silenzio come un cedimento. Anche questo contribuisce a spiegare perché la dinamica della polarizzazione si riproduca con tanta regolarità.
A rendere ancora più complessa la questione è il fatto che una parte consistente dell’opinione pubblica interpreta ormai queste rappresentazioni attraverso il codice dell’iperbole permanente. Anni di linguaggio esasperato, meme politici, satira aggressiva e comunicazione costruita sulla provocazione hanno progressivamente abbassato la soglia di percezione della violenza simbolica. Molti spettatori non vi leggono una legittimazione dell’eliminazione dell’avversario, ma soltanto l’ennesima esagerazione destinata a far discutere. È proprio questa normalizzazione dell’eccesso, però, che rende necessario distinguere tra la percezione soggettiva del pubblico e il significato oggettivo delle immagini utilizzate.
Ne consegue che, tanto per chi approva quanto per chi critica, il video funziona soprattutto come un rituale di conferma delle convinzioni già esistenti, più che come uno strumento di persuasione degli indecisi. Vannacci rafforza i suoi. La sinistra, reagendo in modo prevedibile, rischia di rafforzare soprattutto i propri. Nel mezzo resta lo spazio, probabilmente decisivo, di chi non si riconosce in nessuno dei due copioni.
Segnalare la gravità di un’iconografia che normalizza l’eliminazione simbolica dell’avversario senza trasformare ogni provocazione in uno scandalo o in un’emergenza democratica è l’esercizio più difficile, ma anche il più utile per chi vuole davvero allargare il proprio consenso.
La distinzione non è soltanto teorica. Se il problema consiste nel segnalare un limite senza alimentare il meccanismo della provocazione, allora anche la forma della risposta diventa parte della strategia. Un possibile approccio potrebbe articolarsi in quattro criteri.
1. Separare il piano istituzionale da quello della mobilitazione
I due piani potrebbero essere distinti anche attraverso registri differenti.
Una dichiarazione istituzionale, breve e affidata a una sola figura autorevole, non a un coro di dirigenti, potrebbe limitarsi a richiamare con precisione i due elementi oggettivi (l’iconografia dell’esecuzione e l’identità del boia), evitando aggettivi da scontro identitario come “fascista” o “eversivo”. La funzione sarebbe quella di fissare pubblicamente un limite senza offrire materiale a una successiva narrazione vittimistica.
Sui canali social dei singoli esponenti, invece, una scelta di maggiore sobrietà potrebbe ridurre il rischio dell’effetto boomerang: mobilitare i già convinti, rafforzando al tempo stesso la percezione di sproporzione presso l’elettorato moderato.
L’obiettivo sarebbe disaccoppiare due esigenze diverse: prendere posizione, che resta necessario, e ampliare la circolazione della provocazione, che invece andrebbe evitato. Naturalmente, anche questo articolo contribuisce inevitabilmente alla sua diffusione, seppure con finalità analitiche.
2. Spostare il frame dall’offesa personale al precedente istituzionale
Più che insistere sull’idea che siano stati insultati Conte o Schlein, la comunicazione potrebbe porre una domanda più generale:
Vogliamo davvero che rappresentare simbolicamente l’esecuzione dell’avversario diventi parte del linguaggio ordinario della competizione politica, indipendentemente da chi governa?
In questo modo il tema si sposta dalle persone alle regole del confronto democratico, un terreno probabilmente più adatto a intercettare anche l’elettorato moderato.
3. Evitare di rispondere nello stesso registro
La contro-satira o la contro-provocazione rischiano di produrre un effetto paradossale: confermano che si tratta soltanto di un gioco simbolico nel quale tutti finiscono per adottare lo stesso linguaggio.
Per questo potrebbe risultare più efficace un registro asciutto, quasi istituzionale, capace di segnalare per contrasto la serietà della questione.
4. Accettare il costo del breve periodo
Questa strategia presenta un limite evidente.
Rinuncia consapevolmente alla mobilitazione immediata e alla soddisfazione di una risposta percepita come “forte”, nella speranza di risultare più persuasiva verso gli indecisi.
Non offre alcuna garanzia di successo. È una scommessa di medio periodo, la cui efficacia potrebbe essere valutata solo attraverso dati successivi, non mediante intuizioni o impressioni.
Concentrare l’attenzione esclusivamente sul singolo episodio rischia però di essere fuorviante. Il problema non è tanto un video isolato, quanto la progressiva normalizzazione di un linguaggio politico in cui l’avversario viene rappresentato sempre meno come interlocutore da sconfiggere democraticamente e sempre più come presenza da umiliare, espellere o cancellare simbolicamente. Preso da solo, ogni episodio può apparire marginale; osservati nel loro insieme, questi segnali descrivono un cambiamento più profondo del clima comunicativo.
Il punto di equilibrio, allora, non consiste nel tacere, ma nel trattare episodi di questo tipo come sintomi di un problema culturale più ampio. Ciò significa documentarne con rigore il significato, entrando nel merito delle immagini e del linguaggio utilizzati, senza trasformare ogni provocazione in uno scandalo permanente o in un’emergenza democratica. La difficoltà sta proprio qui: segnalare il limite senza contribuire a rendere la provocazione il centro del dibattito pubblico.
